venerdì 6 novembre 2015

Netanyahu va a Washington

Il premier israeliano Bejamin Netanyahu non avrebbe alcuna intenzione di riconsiderare la nomina del suo portavoce, Ran Baratz. 
Lo scrive il quotidiano israeliano Jerusalem Post, citando letteralmente il capo del governo che lo ha scritto su Twitter. 
"I did not say that I would reconsider the appointment of Dr. Ran Baratz, but rather I said that I would attend to the matter when I returned to Israel"
Non è una gran smentita, e dunque probabilmente non mette la parola fine a una polemica che da un paio di giorni agita le relazioni tra Israele ed Usa. 
Nei giorni scorsi infatti si è parlato molto di due post su Facebook della persona che il premier israeliano ha nominato come suo portavoce: Ran Baratz, un docente di filosofia che un anno fa - riferendosi a Kerry e ad uno dei suoi tanti inviti ad Israele a lavorare ad una soluzione per i due Stati - lo apostrofava invitando "qualcuno al Dipartimento di Stato Usa" "guardare il mondo con gli occhi di una persona la cui età mentale sia superiore ai 12 anni", quelli di Kerry, evidentemente. 
Qualche mese dopo lo stesso Baratz - alludendo all'accordo degli Usa con l'Iran - scriveva che nelle parole di Obama sull'accordo si sentiva l'eco del moderno antisemitismo. 
Ma parliamo di cose scritte mesi fa, quando era un "privato cittadino" che "scherzava" su Facebook, si è difeso Baratz, scusandosi e affermando che ora sa che, con le responsabilità pubbliche che si ritrova, non deve più scherzare così liberamente sui social media.
Il quotidiano La Stampa scrive oggi che Netanyahu si sarebbe "impegnato" con gli Usa a "rivedere" la nomina di Baratz.
Adesso Netanyahu, seppur in modo poco chiaro, smentisce. 
Anche se gli ebrei americani lo invitano a liberarsi presto del portavoce. 
Dice che aspetterà di tornare dal suo viaggio negli Usa, che inizia lunedì. 
Tra l'altro il premier non si limiterà a parlare alla Jewish Federation Usa e all'amico American Enterprise Institute. Andrà anche a parlare presso il "clintoniano" Center for American Progress. 
Un pezzo sulla vicenda è anche su Foreign Policy e vale la pena leggerlo. Perché al di là del folklore, il premier israeliano va negli Usa per discutere di aiuti militari, come ha spiegato l'ex inviato Usa Dennis Ross in questa intervista alla National Public Radio. 

lunedì 26 ottobre 2015

Cancerogenesi

Altro che prosciutto di Parma e wurstel Amadori. L'inserimento da parte della Agenzia per la ricerca sul cancro (Organizzazione Mondiale della Sanità) delle carni conservate nel gruppo 1 di prodotti, quello che include il tabacco e l'amianto, per dire che si tratta di sostanze cancerogene, ha creato una certa agitazione soprattutto negli Usa, in Australia, in Gran Bretagna. Lì non preoccupa tanto il prosciutto quanto il bacon. I giornali americani offrono dettagliate schede su quello che realmente ha detto l'Agenzia e su cosa si dovrebbe mangiare.
I rappresentanti dell'industria della carne reagiscono e dicono che il cancro non è causato da un singolo fattore da da un complesso di elementi, Per la salute la cosa essenziale è una dieta bilanciata e un corretto stile di vita, dice Betsy Booren.
Rivedere il film Thank you for smoking

giovedì 26 febbraio 2015

Cartoline da Guantanamo

Da Vice il bellissimo articolo che racconta la storia di Mohamedou Ould Slahi, mauritano, combattente antisovietico Mohamedou Ould Slahi, in Afghanistan negli anni 90, preso per qaedista e portato a Guantanamo molti anni dopo. 

La guerra antisovietica per la verità a quel tempo era finita, visto che i russi si ritirarono nel 1989, ma questo è un dettaglio. 
Il pezzo è bello.

domenica 22 febbraio 2015

Grecia, la teoria dei giochi e la realtà

La Grecia sta per inviare a Bruxelles il piano - almeno un primo piano - delle riforme che intende fare per ottenere il prolungamento di quattro mesi del piano di rientro, concordato lo scorso venerdì. Domani mattina i rappresentanti di Commissione, Bce e Fondo Monetario Internazionale dovranno avere sotto gli occhi il primo elenco di riforme strutturali che Atene si impegna a fare, insomma.

L'economista e studioso della teoria dei giochi Varoufakis - che tanto ha ammaliato la stampa in questi giorni - avrebbe preparato una prima bozza in cui stima entrate dal contrasto alla evasione fiscale e al contrabbando di carburanti e sigarette. Per poter operare efficacemente su questi fronti il governo pensa ad una riforma della pubblica amministrazione. Da queste prime misure Atene conta di ottenere almeno 2,5 miliardi di euro.

Non si sa ancora se nella bozza saranno incluse anche le cosiddette misure "umanitarie": si è letto in questi giorni che l'aumento dei salari minimi non avrebbe impatto sui conti pubblici perché riguarderebbe i dipendenti privati. Non si sa si ci saranno anche le misure di riduzione delle tasse per i più poveri. Insomma, siamo ancora alle indiscrezioni.

Di certo però - come scrive il New Yorker - le promesse elettorali di Syriza sono molto lontane. E - visto che Varoufakis dovrebbe essere uno studioso della teoria dei giochi - è piuttosto sorprendente - o forse neppure troppo - che ai proclami della vigilia sia seguito un accordo molto lontano.
E' pur vero però - scrive l'autorevole testata Usa - che la Grecia ha ottenuto importanti concessioni. E forse ha iniziato un percorso di "inversione" contro le famose politiche di austerity.

Sicuramente le tante anime del partito ne soffriranno. Per ora ci sono le scuse di un veterano, ex partigiano, parlamentare europeo, che si scusa per essersi prestato ad illudere i greci, perché la troika c'è ancora - anche se ora non si chiama più così - e perché i governanti del suo partito si sono limitati a "chiamare carne il pesce".

lunedì 29 dicembre 2014

Le fragole di Gaza

E' brutto tempo anche a Gaza, e il maltempo ha creato danni seri l'anno scorso.
Forse pochi sanno che a Gaza si producono fragole, che arrivano nei mercati occidentali. E non poche.

Qualche anno fa feci su questo la mia tesina per l'esame da giornalista.
Ve la incollo. E' dell'ottobre 2010. Pochissimo è cambiato


Dal dicembre scorso viaggiano da Gaza all'Olanda, con il permesso del governo israeliano, fiori e fragole. E non in piccole quantità: più di un milione di tonnellate di fiori, soprattutto rose e garofani, e almeno 40 tonnellate di fragole solo negli ultimi mesi.
È dunque sui mercati europei che si sperimenta il primo effetto tangibile dell'allentamento del blocco deciso dal governo israeliano nei confronti della striscia palestinese governata dal movimento islamico Hamas. Il ministro degli esteri italiano Frattini, arrivato a fine novembre a Gaza city, ha apprezzato la notizia, ma ha aggiunto che non basta: serve anche che a Gaza le merci - soprattutto materiali da costruzione - possano entrare. E serve che le merci, specie quelle agricole, che da Gaza escono, vengano vendute anche nella regione e in primo luogo in Cisgiordania, che dista solo qualche chilometro. Ad un recente convegno in Italia un imprenditore palestinese raccontava che possono passare anche 3 ore e mezzo per andare da Jenin a Ramallah, distante poche decine di chilometri. Che può costare meno spedire un container da un porto israeliano a Shangai che mandare un camion merci da Ramallah a Nablus. Che è insomma la libertà di movimento, di uomini e merci, uno degli annosi problemi dell'area.
Recenti rapporti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno messo in evidenza uno dei limiti alla crescita dell'economia palestinese: i più significativi impedimenti alla crescita del settore privato rimangono le “restrictions on movement and access to resources and markets imposed by the Government of Israel”, dice la World Bank. Israele risponde di solito che vorrebbe avere la certezza che, se si muovono dei camion, non trasportino esplosivi con la scusa dei fiori e del cemento.

Gaza, insieme alla Cisgiordania, è stata occupata da Israele nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni. Gaza e Cisgiordania insieme non sono più grandi della Liguria; Israele è grande più o meno come la Toscana. Israele fa parte dei paesi Ocse; il reddito medio nei Territori Occupati è invece circa un decimo di quello israeliano. I Territori sono sotto amministrazione palestinese dal 1993, dopo gli accordi di Oslo. Ma di fatto Israele ha lasciato Gaza solo pochi anni fa, e continua ad occupare la Cisgiordania. A Gaza è stato faticoso sgombrare qualche decina di insediamenti. In Cisgiordania vivono circa 200 mila “settlers” israeliani e 2 milioni e mezzo di palestinesi. E per Israele la sola idea di sgombrare decine di migliaia di coloni è un trauma nazionale.

A metà novembre, incontrando il premier israeliano Netanyahu, il Segretario di stato americano Hillary Clinton ha messo sul piatto del processo di pace tra israeliani e palestinesi, in cambio di un impegno a prorogare per tre mesi la moratoria sui nuovi insediamenti, quello che la rivista Foreign Policy ha definito un “sostanzioso pacchetto di incentivi”.
La moratoria, scaduta il 26 settembre, quando era iniziato da tre settimane un nuovo round di negoziati a Washington, fortemente voluto dal Presidente americano Obama, è divenuta l'ultimo scoglio da superare prima di trovare una via d'uscita ad uno stallo decennale.

La moratoria stabiliva il congelamento per un anno delle nuove costruzioni in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est. Scaduta la moratoria, i palestinesi hanno interrotto i colloqui inziati il 2 settembre a Washington, e gli Usa – insieme alla Unione europea e agli altri partner del “Quartetto” (Russia e Onu) – hanno iniziato un pressante lavorio diplomatico per convincere le parti a tornare al tavolo negoziale.
Secondo la proposta di Hillary Clinton Israele - in cambio dell'impegno a non aprire alcun cantiere per tre mesi nei territori – riceverebbe almeno 20 aerei F35 (importanti per contrastare il nemico iraniano), l'assicurazione del voto Usa in caso di eventuali risoluzioni Onu che avallino una dichiarazione di indipendenza unilaterale della Palestina, nessuna ingerenza sul nucleare.
Il primo punto è importante per il suo valore economico e militare. Il secondo è uno strumento di persuasione diplomatico, visto che i palestinesi da tempo pensano di chiedere alle Nazioni Unite il riconoscimento di uno Stato.
Il giornalista del New York Times Thomas Friedman ha scritto che quello americano è un vero “tentativo di corruzione” del premier israeliano Bibi Netanyahu, che non può non aver colto il valore dell'offerta; gli americani sperano di sbloccare in tre mesi un processo fermo da decenni. Per questo Netanyahu sta cercando in tutti i modi di convincere la sua coalizione, poco disposta ad affrontare altre manifestazioni di piazza come quelle che hanno reclamato fino ad oggi la ripresa del lavoro nei cantieri edili a Gerusalemme est, ad accettarlo.

Intanto però ha incassato un voto del Parlamento israeliano, la Knesset, che condiziona ogni cessione di territorio a seguito di accordi di pace ad un referendum nazionale, nel caso in cui non ci sia il voto favorevole di almeno due terzi dei parlamentari. Il voto si applica ai territori formalmente “annessi” da Israele (non alla Cisgiordania, dunque, ma a Gerusalemme est e alle alture del Golan, area rivendicata dalla Siria). Ma la decisione ha creato divisioni nella maggioranza che governa il Paese, ed è stato addirittura il Ministro della difesa, il laburista Ehud Barak, a criticarla: “i nostri nemici diranno che ci siamo legati le mani da soli per non fare la pace”.

Mentre fiori e fragole palestinesi viaggiano verso l'Europa, potrebbe paradossalmente essere auspicabile, per tenere accesa la speranza di un accordo, che arrivino a Gerusalemme gli aerei “predator” F35 promessi da Washington.

Fine della tesina. Buon anno  nuovo. 



lunedì 17 novembre 2014

sabato 15 novembre 2014

Non si registrano le telefonate dei carcerati (in Gran Bretagna)

Qualche giorno fa telegiornali e quotidiani britannici davano notizia delle scuse fornite dal Ministro della giustizia Britannico, Grayling, perché è successo che in alcune decine di casi siano state registrate telefonate tra parlamentari e detenuti e tra avvocati difensori e detenuti. Ci sarà una inchiesta,

Casi del genere sono spesso anche sui giornali americani, come successo di recente. E anche lì si aprono delle inchieste.

In Italia invece - dove pure registrare le telefonate tra detenuto e avvocato è vietatissimo - succede che  un agente di polizia penitenziaria chieda a un Gip se deve registrare una conversazione che gli sembra sospetta.