lunedì 29 dicembre 2014

Le fragole di Gaza

E' brutto tempo anche a Gaza, e il maltempo ha creato danni seri l'anno scorso.
Forse pochi sanno che a Gaza si producono fragole, che arrivano nei mercati occidentali. E non poche.

Qualche anno fa feci su questo la mia tesina per l'esame da giornalista.
Ve la incollo. E' dell'ottobre 2010. Pochissimo è cambiato


Dal dicembre scorso viaggiano da Gaza all'Olanda, con il permesso del governo israeliano, fiori e fragole. E non in piccole quantità: più di un milione di tonnellate di fiori, soprattutto rose e garofani, e almeno 40 tonnellate di fragole solo negli ultimi mesi.
È dunque sui mercati europei che si sperimenta il primo effetto tangibile dell'allentamento del blocco deciso dal governo israeliano nei confronti della striscia palestinese governata dal movimento islamico Hamas. Il ministro degli esteri italiano Frattini, arrivato a fine novembre a Gaza city, ha apprezzato la notizia, ma ha aggiunto che non basta: serve anche che a Gaza le merci - soprattutto materiali da costruzione - possano entrare. E serve che le merci, specie quelle agricole, che da Gaza escono, vengano vendute anche nella regione e in primo luogo in Cisgiordania, che dista solo qualche chilometro. Ad un recente convegno in Italia un imprenditore palestinese raccontava che possono passare anche 3 ore e mezzo per andare da Jenin a Ramallah, distante poche decine di chilometri. Che può costare meno spedire un container da un porto israeliano a Shangai che mandare un camion merci da Ramallah a Nablus. Che è insomma la libertà di movimento, di uomini e merci, uno degli annosi problemi dell'area.
Recenti rapporti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale hanno messo in evidenza uno dei limiti alla crescita dell'economia palestinese: i più significativi impedimenti alla crescita del settore privato rimangono le “restrictions on movement and access to resources and markets imposed by the Government of Israel”, dice la World Bank. Israele risponde di solito che vorrebbe avere la certezza che, se si muovono dei camion, non trasportino esplosivi con la scusa dei fiori e del cemento.

Gaza, insieme alla Cisgiordania, è stata occupata da Israele nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni. Gaza e Cisgiordania insieme non sono più grandi della Liguria; Israele è grande più o meno come la Toscana. Israele fa parte dei paesi Ocse; il reddito medio nei Territori Occupati è invece circa un decimo di quello israeliano. I Territori sono sotto amministrazione palestinese dal 1993, dopo gli accordi di Oslo. Ma di fatto Israele ha lasciato Gaza solo pochi anni fa, e continua ad occupare la Cisgiordania. A Gaza è stato faticoso sgombrare qualche decina di insediamenti. In Cisgiordania vivono circa 200 mila “settlers” israeliani e 2 milioni e mezzo di palestinesi. E per Israele la sola idea di sgombrare decine di migliaia di coloni è un trauma nazionale.

A metà novembre, incontrando il premier israeliano Netanyahu, il Segretario di stato americano Hillary Clinton ha messo sul piatto del processo di pace tra israeliani e palestinesi, in cambio di un impegno a prorogare per tre mesi la moratoria sui nuovi insediamenti, quello che la rivista Foreign Policy ha definito un “sostanzioso pacchetto di incentivi”.
La moratoria, scaduta il 26 settembre, quando era iniziato da tre settimane un nuovo round di negoziati a Washington, fortemente voluto dal Presidente americano Obama, è divenuta l'ultimo scoglio da superare prima di trovare una via d'uscita ad uno stallo decennale.

La moratoria stabiliva il congelamento per un anno delle nuove costruzioni in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est. Scaduta la moratoria, i palestinesi hanno interrotto i colloqui inziati il 2 settembre a Washington, e gli Usa – insieme alla Unione europea e agli altri partner del “Quartetto” (Russia e Onu) – hanno iniziato un pressante lavorio diplomatico per convincere le parti a tornare al tavolo negoziale.
Secondo la proposta di Hillary Clinton Israele - in cambio dell'impegno a non aprire alcun cantiere per tre mesi nei territori – riceverebbe almeno 20 aerei F35 (importanti per contrastare il nemico iraniano), l'assicurazione del voto Usa in caso di eventuali risoluzioni Onu che avallino una dichiarazione di indipendenza unilaterale della Palestina, nessuna ingerenza sul nucleare.
Il primo punto è importante per il suo valore economico e militare. Il secondo è uno strumento di persuasione diplomatico, visto che i palestinesi da tempo pensano di chiedere alle Nazioni Unite il riconoscimento di uno Stato.
Il giornalista del New York Times Thomas Friedman ha scritto che quello americano è un vero “tentativo di corruzione” del premier israeliano Bibi Netanyahu, che non può non aver colto il valore dell'offerta; gli americani sperano di sbloccare in tre mesi un processo fermo da decenni. Per questo Netanyahu sta cercando in tutti i modi di convincere la sua coalizione, poco disposta ad affrontare altre manifestazioni di piazza come quelle che hanno reclamato fino ad oggi la ripresa del lavoro nei cantieri edili a Gerusalemme est, ad accettarlo.

Intanto però ha incassato un voto del Parlamento israeliano, la Knesset, che condiziona ogni cessione di territorio a seguito di accordi di pace ad un referendum nazionale, nel caso in cui non ci sia il voto favorevole di almeno due terzi dei parlamentari. Il voto si applica ai territori formalmente “annessi” da Israele (non alla Cisgiordania, dunque, ma a Gerusalemme est e alle alture del Golan, area rivendicata dalla Siria). Ma la decisione ha creato divisioni nella maggioranza che governa il Paese, ed è stato addirittura il Ministro della difesa, il laburista Ehud Barak, a criticarla: “i nostri nemici diranno che ci siamo legati le mani da soli per non fare la pace”.

Mentre fiori e fragole palestinesi viaggiano verso l'Europa, potrebbe paradossalmente essere auspicabile, per tenere accesa la speranza di un accordo, che arrivino a Gerusalemme gli aerei “predator” F35 promessi da Washington.

Fine della tesina. Buon anno  nuovo. 



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