Forse pochi sanno che a Gaza si producono fragole, che arrivano nei mercati occidentali. E non poche.
Qualche anno fa feci su questo la mia tesina per l'esame da giornalista.
Ve la incollo. E' dell'ottobre 2010. Pochissimo è cambiato
Dal dicembre scorso
viaggiano da Gaza all'Olanda, con il permesso del governo israeliano,
fiori e fragole. E non in piccole quantità: più di un milione di
tonnellate di fiori, soprattutto rose e garofani, e almeno 40
tonnellate di fragole solo negli ultimi mesi.
È
dunque sui mercati europei che si sperimenta il primo effetto
tangibile dell'allentamento del blocco deciso dal governo israeliano
nei confronti della striscia palestinese governata dal movimento
islamico Hamas. Il ministro degli esteri italiano Frattini, arrivato
a fine novembre a Gaza city, ha apprezzato la notizia, ma ha aggiunto
che non basta: serve anche che a Gaza le merci - soprattutto
materiali da costruzione - possano entrare. E serve che le merci,
specie quelle agricole, che da Gaza escono, vengano vendute anche
nella regione e in primo luogo in Cisgiordania, che dista solo
qualche chilometro. Ad un recente convegno in Italia un imprenditore
palestinese raccontava che possono passare anche 3 ore e mezzo per
andare da Jenin a Ramallah, distante poche decine di chilometri. Che
può costare meno spedire un container da un porto israeliano a
Shangai che mandare un camion merci da Ramallah
a Nablus. Che è insomma la
libertà di movimento, di uomini e merci, uno degli annosi problemi
dell'area.
Recenti
rapporti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale
hanno messo in evidenza uno dei limiti alla crescita dell'economia
palestinese: i più significativi impedimenti alla crescita del
settore privato rimangono le “restrictions on movement and access
to resources and markets imposed by the Government of Israel”, dice
la World Bank. Israele risponde di solito che vorrebbe avere la
certezza che, se si muovono dei camion, non trasportino esplosivi con
la scusa dei fiori e del cemento.
Gaza, insieme
alla Cisgiordania, è stata occupata da Israele nel 1967, dopo la
guerra dei sei giorni. Gaza e Cisgiordania insieme non sono più
grandi della Liguria; Israele è grande più o meno come la Toscana.
Israele fa parte dei paesi Ocse; il reddito medio nei Territori
Occupati è invece circa un decimo di quello israeliano. I Territori
sono sotto amministrazione palestinese dal 1993, dopo gli accordi di
Oslo. Ma di fatto Israele ha lasciato Gaza solo pochi anni fa, e
continua ad occupare la Cisgiordania. A Gaza è stato faticoso
sgombrare qualche decina di insediamenti. In Cisgiordania vivono
circa 200 mila “settlers” israeliani e 2 milioni e mezzo di
palestinesi. E per Israele la sola idea di sgombrare decine di
migliaia di coloni è un trauma nazionale.
A metà
novembre, incontrando il premier israeliano Netanyahu, il Segretario
di stato americano Hillary Clinton ha messo sul piatto del processo
di pace tra israeliani e palestinesi, in cambio di un impegno a
prorogare per tre mesi la moratoria sui nuovi insediamenti, quello
che la rivista Foreign Policy ha definito un “sostanzioso pacchetto
di incentivi”.
La moratoria,
scaduta il 26 settembre, quando era iniziato da tre settimane un
nuovo round di negoziati a Washington, fortemente voluto dal
Presidente americano Obama, è divenuta l'ultimo scoglio da superare
prima di trovare una via d'uscita ad uno stallo decennale.
La moratoria
stabiliva il congelamento per un anno delle nuove costruzioni in
Cisgiordania ed a Gerusalemme Est. Scaduta la moratoria, i
palestinesi hanno interrotto i colloqui inziati il 2 settembre a
Washington, e gli Usa – insieme alla Unione europea e agli altri
partner del “Quartetto” (Russia e Onu) – hanno iniziato un
pressante lavorio diplomatico per convincere le parti a tornare al
tavolo negoziale.
Secondo la
proposta di Hillary Clinton Israele - in cambio dell'impegno a non
aprire alcun cantiere per tre mesi nei territori – riceverebbe
almeno 20 aerei F35 (importanti per contrastare il nemico iraniano),
l'assicurazione del voto Usa in caso di eventuali risoluzioni Onu che
avallino una dichiarazione di indipendenza unilaterale della
Palestina, nessuna ingerenza sul nucleare.
Il primo
punto è importante per il suo valore economico e militare. Il
secondo è uno strumento di persuasione diplomatico, visto che i
palestinesi da tempo pensano di chiedere alle Nazioni Unite il
riconoscimento di uno Stato.
Il
giornalista del New York Times Thomas Friedman ha scritto che quello
americano è un vero “tentativo di corruzione” del premier
israeliano Bibi Netanyahu, che non può non aver colto il valore
dell'offerta; gli americani sperano di sbloccare in tre mesi un
processo fermo da decenni. Per questo Netanyahu sta cercando in tutti
i modi di convincere la sua coalizione, poco disposta ad affrontare
altre manifestazioni di piazza come quelle che hanno reclamato fino
ad oggi la ripresa del lavoro nei cantieri edili a Gerusalemme est,
ad accettarlo.
Intanto però
ha incassato un voto del Parlamento israeliano, la Knesset, che
condiziona ogni cessione di territorio a seguito di accordi di pace
ad un referendum nazionale, nel caso in cui non ci sia il voto
favorevole di almeno due terzi dei parlamentari. Il voto si applica
ai territori formalmente “annessi” da Israele (non alla
Cisgiordania, dunque, ma a Gerusalemme est e alle alture del Golan,
area rivendicata dalla Siria). Ma la decisione ha creato divisioni
nella maggioranza che governa il Paese, ed è stato addirittura il
Ministro della difesa, il laburista Ehud Barak, a criticarla: “i
nostri nemici diranno che ci siamo legati le mani da soli per non
fare la pace”.
Mentre fiori
e fragole palestinesi viaggiano verso l'Europa, potrebbe
paradossalmente essere auspicabile, per tenere accesa la speranza di
un accordo, che arrivino a Gerusalemme gli aerei “predator” F35
promessi da Washington.
Fine della tesina. Buon anno nuovo.
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